Una libreria tinta di rosa, sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Una bella libraia, divorziata senza rimpianti e appassionata del suo mestiere. Un variegato ventaglio di clienti e commessi. Infine, una lettera d'amore che sbuca fra la posta. Non si sa chi l'abbia scritta, non si capisce a chi sia rivolta. Ma quelle parole si insinuano nella mente della libraia e creano una serie di eventi. Fino alla sorpresa finale.
Segni disarticolati, scomposti, distorti, che si accavallano gli uni sugli altri, talvolta parole discrete, talaltra espressioni sfacciate e oscene, occasionalmente semplici segni figurati di acceso realismo: gli antichi graffiti latini rompono non soltanto la "grammatica della lingua", ma anche la "grammatica della scrittura". Domina un'anarchia della disposizione che contesta continuamente programma, ordine e geometria delle iscrizioni pubbliche e private di rango istituzionale, restituendoci una letteratura marginale e straordinaria che nasceva nelle piazze, nei bordelli, nelle scuole, nelle osterie, nelle case private e negli edifici pubblici. Ne risulta un'immagine dell'antica Roma profondamente viva.
"Questo è un piccolo libro sui libri. Non ha la pretesa di indicare i trenta libri da salvare dall'incendio, i quattro da portare sull'isola, i dieci da scegliere nel Novecento. C'è l'Iliade, infatti, e manca l'Odissea; c'è Musil e manca Thomas Mann, non ci sono Bassani e Gadda e c'è Elsa Morante. Ma i libri rimandano agli altri libri. Tostoj è presente con la carezza sulla testa di un bambino; Durrel con l'eco di un canto notturno. Quanto al "metodo" ognuno ha il suo. Nabokov diceva che per capire veramente Anna Karenina, bisognava conoscere l'esatta disposizione delle cuccette sul treno Mosca-San Pietroburgo, e, per penetrare nei misteri dell'Ulisse, occorreva avere dinanzi gli occhi la mappa di Dublino." (Giorgio Montefoschi)
In questo saggio l'autore rilegge tutta la letteratura, la cultura e la civiltà occidentali muovendo dalla tesi, originale e dirompente, secondo cui la lirica cortese e la relativa concezione dell'amore derivano dall'eresia catara, diffusasi in Occidente tra l'XI e il XIII secolo.