
“Un libro meraviglioso.”
- Antonio Damasio
“Il libro che scatena nei lettori passioni e umori, come dovrebbe fare ogni buon lavoro di storia intellettuale. Imparerete moltissimo leggendolo.”
- Washington Post Michael Dirda
"Bellissimo... affascinante... incredibilmente preciso... ricco di dettagli intriganti... molto profondo"
- New York Sun Eric Ormsby
Gli umori - sangue, flemma, bile gialla e bile nera - sono le sostanze che si pensava scorressero all’interno del corpo, e ritenute responsabili della salute e della malattia, degli stati d’animo e del carattere delle persone. Si credeva, ad esempio, che la malinconia fosse causata da un eccesso di bile gialla. Il sistema umorale è rimasto, per secoli, una chiave di interpretazione inesatta ma potentissima, sopravvivendo alle innovazioni scientifiche, e aiutando i medici nelle loro diagnosi.
Questo libro segue il destino di tali fluidi, dalla loro origine nel mondo occidentale - risalente all’antica Grecia - fino alle loro versioni contemporanee, individuandone la loro presenza costante nel corso dei secoli - dai manuali di medicina antichi fino ad arrivare alle ultime mode in tema di salute - attraverso le teorie di scienziati, medici e filosofi. Intrecciando le storie di medicina, scienza, filosofia e psicologia, Noga Arikha rivisita e corregge il modo in cui concepiamo la nostra identità fisica, mentale ed emotiva...
“Non è il cervello a essere malato, come avrebbero detto i Monty Python, ma il corpo che lo contiene, a causa degli umori, vecchi e nuovi. Per conoscerli meglio bisogna leggere il meraviglioso libro di Noga Arikha.”
- Antonio Damasio, autore di L’errore di Cartesio, Alla ricerca di Spinoza, e di Emozione e coscienza.
“Mettetevi in cammino, non siate pigri,
perché dalla vostra meraviglia
deriva la vita dell’arte, dei luoghi,
del nostro paese, l’Italia delle meraviglie.”
“Questo libro è stato concepito per nasconderne un altro, per indicare alcune rotte principali e per evitarle e stabilirne altre proprie, tutte possibili e tutte legittime, inseguendo per esempio tozzi e agili montanari scolpiti nel legno nella Chiesa di san Martino a Cerveno, documenti di una storia dell’arte parallela rispetto a quella ufficiale che, Roma su Roma, da Bernini porta a Canova. Mentre nasconderemo, non senza stupore, l’opera di uno strano fotografo-antropologo interessato ai costumi popolari sardi: Ugo Pellis. Una scoperta preziosa, documenti fotografici di una civiltà recente e pur scomparsa, densi di vita, della verità della terra, del mondo pastorale, arcaico e non immortale. Meraviglie di fotografi e di miniature, di codici miniati, di coralli, di manoscritti. E nasconderemo Visso per colui che, interessato a vedere quadri del rinascimento marchigiano, scoprirà una rara serie di manoscritti leopardiani nei suoi versi più famosi. E così via.
Per tutto ciò che menzioneremo in questo libro, qualcosa d’altro, non meno importante, sarà nascosto e potrà essere oggetto di un vostro nuovo viaggio, di una vostra personalissima cartografia del cuore. Se il viaggio è ritornare sui passi di altri in altri tempi in altre vite, rievocare, veder riemergere fantasmi, allora mettetevi in cammino, non siate pigri, perché dalla vostra meraviglia deriva la vita dell’arte, dei luoghi, del nostro paese, l’Italia delle meraviglie.”
A cura di Marco Vannini
Opera di un anonimo Cavaliere teutonico di Francoforte, che riassume in forma più semplice l’alta lezione spirituale di Eckhart, fu stampata e diffusa da Lutero con il titolo Teologia tedesca, e come tale godette grande fortuna nei secoli XVI e XVII, fornendo alimento essenziale alla mistica, non solo germanica (basti pensare a San Giovanni della Croce). Definita “opera immortale” da Schopenhauer, che paragonò il suo autore a Platone e a Buddha, essa indica la via per giungere alla beatitudine in questa vita, sì che il mondo divenga per noi un paradiso. La vita è il distacco, la rinuncia alla volontà propria, in modo che il nostro occhio divenga l’occhio stesso di Dio.
Marco Vannini ha curato l’edizione italiana di molti importanti mistici: Eckhart, Taulero, Franck, Silesius, Czepko, Margherita Porete, Gerson, Fénelon. Tra i lavori più recenti: Storia della mistica occidentale (Mondadori 1999), La mistica delle grandi religioni (Mondadori 2004), La morte dell’anima. Dalla mistica alla psicologia (Le Lettere 2004), Mistica e filosofia (Le lettere 2007), La religione della ragione (Bruno Mondadori 2007).
“All’inizio c’era un albero, un albero d’autunno – senza più foglie
ma con dei piccoli frutti gialli per gli uccelli d’inverno.
E già nevicava …
… poi c’erano le nuvole: strane, non autunnali, estive piuttosto.
Il cielo era scuro, cupo, si udivano dei tuoni.”
“Sarebbe stato innaturale operare delle distinzioni rigide tra le diverse parti del libro, dividendolo in “segmenti”, mentre è piuttosto utile seguire il ‘sentiero di circolazione’ della lettura sulla mappa generale. Per questo il libro comincia con Alexandra, per poi proseguire con i racconti brevi che introducono note relative alla storia, alla guerra e ai ricordi familiari – alla base della poetica e della visione del mondo di Sokurov, esposte poi nei Diari e quaderni di lavoro –, fino ad arrivare agli Appunti per delle lezioni di filosofia, i quali per il tono poetico rimandano più allo stile recondito dei diari che ad un essai di intento filosofico-estetico. Da questa prosa intima l’autore conduce poi il lettore alle Elegie, seguite da una specie di “lettera a se stesso” intitolata Il mio posto nel cinema. Il libro si conclude infine con il frutto delle riflessioni su Ejzenstejn, i cui disegni servono in realtà a Sokurov come spunto per rileggere di nuovo il mondo e l’arte, oltre che se stesso. In questo modo il lettore, condotto dalle steppe cecene alle silenziose stanze del Cremlino fino alle isole giapponesi, può avvertire la vita pulsante dello spirito dell’autore e diventare testimone di come egli si senta in questo mondo – immergendosi nell’intimità dei suoi diari e delle memorie, e superando così l’apparente non-fluidità di un’opera non omogenea.”
Dalla Postfazione di Alena Shumakova
L’opera costituisce uno degli ultimi lavori filosofici di Sestov, e vide la luce prima in traduzione francese che in lingua originale. Essa è dedicata a una interpretazione dei motivi fondamentali della riflessione di Kierkegaard, autore che Sestov scoprì e studiò in età già avanzata su calda esortazione dell’amico Edmund Husserl; e secondo il giudizio di alcuni rappresenterebbe il libro migliore e più puntuale del pensatore russo. Tutte le categorie del pensiero kierkegaardiano vengono qui a trovare una specifica collocazione come modalità di espressione dell’unico e medesimo compito che fu fatto proprio anche da Sestov: la lotta contro la ragione e le sue verità. Se non è possibile rivalutare il senso dell’esistenzialità umana rimanendo sul terreno della necessità razionale, che per sé esige solo sottomissione, non resta che la lotta per l’Assurdo e per il paradosso; per ciò che precisamente definendosi come suprema “assenza-di-senso” può assicurare il senso della vita a una creatura libera.
Glauco Tiengo (Casale Monferrato, 1971) – specialista del pensiero filosofico-religioso ed esistenzialista russo del Novecento e in particolare di P. Florenskij, L. Sestov e V. Solov’ëv, già assegnista di ricerca presso l’Università “Roma III”, collabora con diverse Università e prestigiose Istituzioni sia in Italia che all’estero.
Enrico Macchetti (Biella, 1981) – dottore in filosofia presso l’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” e cultore della tradizione filosofica russa, è attualmente impegnato in un approfondimento dello studio del legame tra senso dell’umanità e trascendenza nel pensiero russo tra Otto e Novecento. Entrambi, nella collana Bompiani “Il Pensiero Occidentale” hanno curato l’edizione di L. Sestov, Potestas clavium (2009).
A cura di Paola Premoli De Marchi
Testo tedesco a fronte
“Desidero sinceramente elevare il mio sguardo spirituale
al di sopra delle tempeste e delle burrasche di questo tempo –
in un’atmosfera più pura, e dirigerlo a ciò per cui l’uomo è uomo,
vale a dire ciò per cui egli partecipa dell’eterno.”
Il volume che viene presentato al pubblico italiano in una nuova traduzione è la principale opera di filosofia della religione di uno dei filosofi più geniali e influenti della filosofia tedesca contemporanea. Fin dalla pubblicazione (1921) suscitò uno straordinario scalpore, tanto da essere considerato una svolta nella teologia cattolica (Pryzwara), ma anche diverse critiche per l’impostazione rivoluzionaria rispetto alla tradizione scolastica. Nell’Eterno nell’uomo Scheler vuole restituire alla dimensione religiosa il suo ruolo di sfera più essenziale e decisiva per l’uomo: l’uomo è uomo perché partecipa dell’eterno. Egli si richiama ad Agostino e alla centralità del contatto immediato dell’anima con Dio, però applica a questa prospettiva gli strumenti della fenomenologia nata sulle fondamenta delle Ricerche Logiche di Husserl. Da questo consegue che la teologia naturale non sia più equivalente alla metafisica, ma abbia come oggetto proprio i fenomeni originari di ogni esperienza religiosa, dei quali la filosofia deve cogliere l’essenza e le leggi necessarie che ne regolano i rapporti. La riflessione filosofica su Dio diventa allora una “teologia dell’esperienza essenziale del divino”, che parte dalla riflessione sugli atti religiosi: “Nell’atto religioso si vede e si sente una presenza di Dio nella creatura, analogamente al modo in cui l’artista può essere visto e sentito nell’opera d’arte”. Così, “insegnare a trovare Dio è qualcosa di fondamentalmente differente e più eccelso che provare la sua esistenza. Solo chi ha trovato Dio può sentire la necessità di dimostrarne l’esistenza”. Questa è la tesi centrale dell’opera più ponderosa del volume, i Problemi di religione. I quattro più brevi saggi che lo completano, invece, illustrano la natura della filosofia (Essenza della filosofia) e il ruolo centrale della religione, in particolare del cristianesimo, nella società, nella storia e nella cultura. Seppure assai influenzati dal momento in cui furono scritti, e soprattutto dalla tragica esperienza della Prima Guerra Mondiale, assai profondo è il valore profetico di questi saggi per l’uomo contemporaneo che ha vissuto quanto Scheler aveva previsto e si trova ancora immerso nella crisi della cultura europea che in questo volume è tanto acutamente descritta.
Paola Premoli De Marchi ha conseguito il dottorato e la libera docenza presso l’“Internationale Akademie für Philosophie” del Principato del Liechtenstein, centro di ricerca internazionale che si ispira alla fenomenologia realista, di cui Max Scheler è uno dei padri fondatori. Tra le sue pubblicazioni vi sono Uomo e relazione. L’antropologia filosofica di D. von Hildebrand (Franco Angeli 1998), Etica dell’assenso (Franco Angeli 2002), Uomo né angelo né bestia, argomenti a favore dell’immortalità dell’anima (Ed. Art 2005) e Chi è il filosofo? Platone e la questione del dialogo mancante (Franco Angeli 2008), vincitore ex aequo del Premio “Mario di Nola” 2009 conferito dall’“Accademia Nazionale dei Lincei”. Per la Bompiani ha curato anche la traduzione di due opere di D. von Hildebrand: Che cos’è la Filosofia? (2001, con M. Pasquini) e Essenza dell’amore (2003). Attualmente è docente di Etica presso la facoltà di Medicina, Chirurgia e Scienze della Salute dell’Università del Piemonte Orientale A. Avogadro (Novara) e presso il Master in Bioetica ed Etica Applicata della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino.
Pensare e poetare è il titolo con cui Martin Heidegger aveva annunciato un corso universitario di introduzione alla filosofia per il semestre invernale 1944/45. Interrotto dopo la seconda lezione per ragioni legate alla guerra, si tratta dell’ultimo corso accademico tenuto dal pensatore come titolare ufficiale di cattedra. Il manoscritto, finora inedito in Italia, è speculativamente densissimo e quanto mai provocatorio: la sua tesi di fondo è che non può esserci questione filosofica degna di tale nome senza l’essenziale reciprocità di pensiero e poesia. Il testo contiene inoltre delle pagine indimenticabili su due figure emblematiche assai care a Heidegger: Nietzsche, il pensatore dell’epoca del compimento della metafisica, che è intrinsecamente poeta; Hölderlin, il poeta della notte del mondo e del tempo indigente, che è pensatore sommo.
L’edizione è stata curata da Vincenzo Cicero, autore del più monumentale glossario heideggeriano mai redatto in Italia in riferimento a una singola opera (Holzwege. Sentieri erranti nella selva). Questa sua ultima traduzione, il cui italiano fine e cristallino rispecchia in maniera perfetta lo stile del pensatore tedesco, è filologicamente esemplare ed è accompagnata da illuminanti note lessicali.
Il testo tedesco a fronte riproduce le pp. 89-160 del vol. 50 della Heideggers Gesamtausgabe (2007).
Che opponete a fare l’amore
all’odio che mi devasta le notti?
Una donna che ha superato i cinquant’anni si ritrova in una sola assurda notte ad aver a che fare con tutti gli uomini della sua vita. Incanto? Pazzia? Verità? Rappresentazioni della sua mente? Qualunque cosa essi siano ella vi arranca dietro, li istiga all’azione e alla reazione, invoca il loro ricordo o torna a combatterli ancora una volta. Gli uomini di Ciao maschio sono fantasmi reali, capaci ancora di far male, anche se la loro lancia sembra spuntata e il loro artiglio addolcito dal tempo.
Come sempre nei suoi lavori, Valeria Parrella crea un campo di lotta, dove lei e loro, gli uomini, superbi e ingenui contraltari, ingaggiano un corpo a corpo, senza esclusione di colpi, al netto della malinconia e dei bei ricordi, crudo e spietato. Ai maschi che ha avuto, lei non concede nulla più della nuda verità, perché nulla più della verità, lei, concede a se stessa. È tardi per altre generosità, è tempo di fare i conti e di arrivare al cuore delle cose, oltre che di se stessi.
Le tempere di Duilio Cambellotti nel Palazzo del Governo di Ragusa
Fotografie di Giuseppe Leone
Il 6 dicembre 1926 Ragusa diventò capoluogo di provincia, staccandosi dalla tutela di Siracusa. La città decise allora di dotarsi di una sede adeguata e, alacre promotore l’onorevole Filippo Pennavaria, vicinissimo al nuovo Cesare di Roma, affidò all’architetto Ugo Tarchi il progetto e la costruzione dell’edificio.
Progetto e costruzione posti sotto la diretta “responsabilità artistica” di Pennavaria. Il quale, a palazzo ultimato, fece sì che, dopo un concorso pro forma, la decorazione, che si voleva grandiosa e “a buon fresco”, venisse affidata all’artista italiano più noto e capace in questo campo, Duilio Cambellotti. Nel 1933, a due anni dalla costruzione del palazzo, dopo aver vinto la battaglia a favore della tempera contro il più fragile e secco affresco, Cambellotti diede mano alla decorazione parietale dei tre ambienti maggiori, il Salone d’Onore, la Sala del Camino, la Sala da pranzo. Obbligati i temi: la Vittoria di Vittorio Veneto e la Marcia su Roma per il Salone d’Onore, le immagini e le attività del territorio ragusano per la Sala del Camino, i prodotti della terra per la Sala da pranzo. Obbligati gli spazi e gli arredi, tutti a opera del Tarchi. Obbligati i tempi e gli stanziamenti finanziari. Cambellotti comunque, da grande artigiano e rigoroso professionista, seppe onorare l’impegno e l’arte, stendendo nei trittici del Salone d’Onore e sulle pareti delle altre sale immagini di grande maestria, d’impeccabile rigore stilistico, di elevata qualità tecnica. Tant’è che, al di là delle circostanze e delle pesanti ipoteche ideologiche che gravavano su questo lavoro, non ci si può che rallegrare per lo scampato pericolo quando, nel dopoguerra, qualcuno propose di distruggere queste scene che certamente potevano dar luogo a situazioni imbarazzanti. Fortunatamente ci si limitò a coprirle con bianche cortine, così da rendere possibile in seguito possibile un recupero nel momento in cui le passioni, i rancori e i protagonisti erano solo un lontano ricordo.
Duilio Cambellotti, “il tecnico più esperto, inventivo e geniale dell’arte italiana a cavallo dei due secoli,” come è stato definito da Giulio Carlo Argan, nasce a Roma nel 1876, da un padre artigiano del legno. Nella bottega paterna si sviluppa la sua vocazione per le arti applicate e la decorazione, vocazione che in più di mezzo secolo di sterminato lavoro farà di lui un vero maestro nel campo della scenografia, dell’illustrazione, della scultura e dell’incisione, e uno degli ultimi grandi della decorazione parietale. Fin dal 1896 crea manifesti e cartelloni teatrali, disegna oggetti e arredi, in una visione unitaria erede di Morris e Ruskin. Nel 1908 firma la scenografia per La nave di D’Annunzio e da allora questa attività costituirà una delle principali direzioni del suo lavoro, culminando nell’impegno per il Teatro Greco di Siracusa, per il quale creerà scene e costumi dal 1914 al 1947. docente di Ornato Modellato all’Istituto d’Arte di Roma, si lega dal 1908 al gruppo di intellettuali e letterati impegnati nel riscatto dell’agro romano: per la mostra sull’agro e per la scuola Cambellotti produce allestimenti, libri, manufatti, decorazioni ad affresco e a tempera. Ormai famoso nei vari campi dell’arte applicata, mantiene negli anni un’alta e pregevole produttività, e non a caso nel 1933 gli viene commissionata la prestigiosa decorazione per il Palazzo della prefettura di Ragusa. Nel dopoguerra continua la sua molteplice attività: insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma, illustra libro per ragazzi e raffinate edizioni di poesia e letteratura, continua della decorazione di edifici pubblici e privati. Muore a Roma il 31 gennaio 1960.
A cura di Giovanni Reale e Cesare Cassanmagnago
Con la collaborazione di Roberto Radice e Giuseppe Girgenti
Testo greco a fronte
“Ti invito a venire da me
per sentirti dire
che ti trovi in un cattivo stato,
che ti curi di tutto piuttosto
che di ciò di cui dovresti curarti,
che ignori il bene e il male
e che sei infelice e sfortunato.
Bell’invito!
E invero, se le parole di filosofi
non suscitano queste reazioni,
sono cadaveri, sia esse,
sia chi le pronuncia.”
Diatribe, III, 23, 28
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo Gattopardo, scrive che il principe Salina, in una delle sue riflessioni, “pensò ad una medicina scoperta da poco negli Stati Uniti d’America, che permetteva di non soffrire durante le operazioni più gravi, e di rimanere sereni fra le sventure”. E soggiunge: “Morfina lo avevano chiamato questo rozzo sostituto dello stoicismo antico...” È uno splendido paragone, che meglio di qualsiasi altro illustra analogicamente l’essenza del messaggio stoico: esso vuole essere appunto il farmaco spirituale che lenisce i dolori e che permette la serenità anche nelle sventure.
Epitteto (ca. 50-138 d.C.), lo schiavo-filosofo, più e meglio di qualsiasi altro Stoico del mondo antico, ce lo ha dimostrato in queste splendide pagine che hanno avuto, nella storia dell’Occidente, una delle più grandi fortune che siano toccate a scritti di filosofia. Il filosofo frigio riesce, in effetti, a toccare il fondo del problema e a scoprire ciò che può rendere libero e felice, oppure schiavo ed infelice l’uomo. Le cose – egli insegna – si bipartiscono in due grandi classi: quelle che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi. Abbiamo il potere solo sulle prime e non sulle seconde, e di conseguenza dobbiamo comportarci. Purtroppo le cose che alla moltitudine interessano e per cui vanamente i più si battono sono proprio le seconde: donde i mali – tutti i mali senza distinzione – di cui soffre l’umanità. Onori, ricchezze, possessi vari, moglie, figli, carriera e tutto ciò che ad essi è connesso sono, dunque, cose-che-non-dipendono-da-noi, e che rivestono, proprio per questo, esclusivamente quel valore che noi attribuiamo loro. Anche le malattie e la morte stessa non dipendono da noi, ma assumono quel valore, e solo quel valore che noi attribuiamo loro. Giacomo Leopardi stesso confessava di aver avuto grande sollievo dai travagli e dalle angosce del suo animo nella pratica dei consigli e delle dottrine di Epitteto, ed esortava anche gli altri a fare la stessa cosa. In effetti, il lettore che si lascia coinvolgere nella spirale del ragionamento epittetiano – che è tutta una variazione cangiante su questo tema di fondo – ne riceverà veramente un grande refrigerio, una pace ed una quiete come da pochissimi libri è dato ricavare.
Questa edizione completa delle opere di Epitteto (Diatribe, Manuale, Frammenti e Gnomologio) è curata da Giovanni Reale, che firma il saggio introduttivo, le prefazioni e le parafrasi, insieme a uno staff di collaboratori, composto da Cesare Cassanmagnago (autore della traduzione dal greco e delle note), da Giuseppe Girgenti (curatore della bibliografia epittetiana nonché delle appendici che presentano le versioni del Manuale di Angelo Poliziano e di Giacomo Leopardi) e da Roberto Radice (autore del lessico completo dei termini greci utilizzati da Epitteto). Essa completa il progetto già avviato delle collane Bompiani di una raccolta di tutti gli scritti degli Stoici: Stoici antichi (a cura di Roberto Radice), Panezio e Posidonio (a cura di Emmanuele Vimercati), Seneca (a cura di Giovanni Reale), Marco Aurelio (a cura di Cesare Cassanmagnago) e Stoici romani minori (a cura di Ilaria Ramelli).