
Di certo a qualcosa Luca Crescente deve aver pensato, mentre percorreva quel sentiero. Eppure è morto senza pronunciare una frase memorabile. Dai grandi uomini ti aspetti sempre qualcosa del genere. Qualcosa che risulti indimenticabile anche a costo di sembrare retorico. Ma si vede che non conoscevi la discrezione di cui era capace Luca Crescente.
«Una cosa che a Luca Crescente viene unanimemente riconosciuta è la capacità di indignarsi. La capacità di estrarre dal fodero la spada dell'indignazione e trovarla ogni volta lucida e tagliente. Una dote rara, che appartiene solo a chi non conosce stanchezza psicologica o scoraggiamento. Oppure, se li conosce, sa come superarli: la spada dell'indignazione, se usata spesso, tende a perdere il filo, si arrugginisce, non taglia più. La sua, invece, a quanto pare risultava sempre intatta. Una dote che gli derivava direttamente dallo sguardo ingenuo che manteneva sulle cose. Lo sguardo di un bambino, capace ogni volta di sorprendersi e arrabbiarsi per le storture che vedeva nel mondo. È una qualità dello sguardo che normalmente va smarrita con l'adolescenza, man mano che la consapevolezza del mondo si fa sentire e diventa assuefazione»: questa è la storia di Luca Crescente, uno sconosciuto ai più. Un giudice entrato in magistratura a Palermo giusto in tempo per raccogliere l'ideale testimone di Falcone e Borsellino. È la storia della sua onestà nel lavoro e nella vita, è la storia vera dell'amore fra due ragazzi che crescono assieme, si sposano, fanno due figli e si accingono a invecchiare assieme. Ma il destino ha programmi diversi.
C'è vita nella democrazia, dunque è giusto e possibile cercarvi anche la felicità. Che viene dalla nostra normale condizione di cittadini fedeli e infedeli, uomini e donne, persone liberamente associate. Proprio qui sta la possibilità vera della felicità: nella condizione di libertà personale e civile che nasce dalla democrazia, nella consapevolezza che tutti – non io soltanto – esercitano quella libertà e ne riconoscono il limite.
La democrazia non mantiene le sue promesse, la democrazia può deludere quando non produce buona politica e buon governo, quando non risponde alle mie esigenze biografiche. E tuttavia, come si fa il saldo della partita democratica? Scrivi pure quelle poste al passivo, e concludi che viviamo in una fase di bassa qualità della democrazia. Ma tra gli attivi io scrivo la mia (e la tua) libertà, intatta, i miei diritti, i principi d'uguaglianza alla base del nostro ordinamento, la possibilità di informarmi e d'informare, di pregare o di non credere, di studiare e di lavorare, di intraprendere, di governare e di dissentire, in un sistema in cui questo vale per tutti. È difficile, molto difficile, ma l'avvenire contiene molte cose, molte. Queste cose sono atti e fatti. La democrazia chiede che dipendano da noi coscientemente, responsabilmente, attivamente, perfino felicemente quanto è possibile.
L'idea di democrazia, ha scritto Hans Kelsen, implica l'assenza di capi.
In un paese come l'Italia che ha conosciuto il fascismo, l'idea stessa del capo quale espressione della volontà popolare è un'insidia micidiale per il futuro della democrazia.
I poteri, lasciati senza limiti e controlli, tendono a concentrarsi e ad accumularsi in forme assolute: a tramutarsi, in assenza di regole, in poteri selvaggi. Di qui la necessità non solo di difendere, ma anche di ripensare e rifondare il sistema delle garanzie. Solo un rafforzamento della democrazia costituzionale, attraverso l'introduzione di nuove e specifiche garanzie dei diritti politici e della democrazia rappresentativa, consente infatti di salvaguardare e di rifondare sia l'una che l'altra. L'idea elementare che il consenso popolare sia la sola fonte di legittimazione del potere politico mina alla radice l'intero edificio della democrazia costituzionale. Ne derivano insofferenza per il pluralismo politico e istituzionale; svalutazione delle regole; attacchi alla separazione dei poteri, alle istituzioni di garanzia, all'opposizione parlamentare, al sindacato e alla libera stampa; in una parola, rifiuto del paradigma dello Stato costituzionale di diritto quale sistema di vincoli legali imposti a qualunque potere.
Un fenomeno epocale come le nuove migrazioni verso l'Europa poteva essere l'occasione per una scommessa straordinaria: ragionare su una cultura della legalità, coniugata con il principio di solidarietà, collegare i comuni doveri con la capacità di estendere i diritti e di includere nuove popolazioni. Si poteva fare, di questa scommessa, l'orizzonte dell'Europa del futuro. Si poteva fare ma non si è fatto. La nostra ampia e confusa normativa sugli stranieri è sbagliata. È inefficace, non raggiunge gli obiettivi che si propone. Produce ingiustizia. È forte con i deboli e debole con i forti. Basta leggere cosa è accaduto ad Angela, moldava che voleva fare la badante; Hamid, marocchino, baby pusher; Abdel, egiziano e giardiniere clandestino.
Siamo ancora in tempo per cambiare rotta?
«Mi sento laico, umile credente sempre in ricerca, prete per un servizio disponibile, disinteressato, gratuito nella comunità cristiana e nella società; anticlericale, cioè non appartenente ad una categoria; non funzionario della religione. Si può così intuire quale sia a livello di comunicazione l'effetto del cercare giustizia, verità, uguaglianza, pace, condivisione».
Parla don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro di accoglienza per stranieri Ernesto Balducci di Zugliano, e racconta la sua storia di uomo e di prete, di insegnante e di animatore culturale, alle prese con i temi più discussi nelle comunità cristiane: le delicate posizioni dei separati e divorziati nella Chiesa, l'aborto, l'omosessualità, il celibato dei preti, il sacerdozio delle donne, la pedofilia, la malattia e il fine vita.
Varcare i limiti dell'orizzonte nazionale e muoversi in una dimensione trans-regionale, privilegiare l'interazione attiva tra le diverse culture e liberarsi del pregiudizio eurocentrico: sono questi, in sintesi, i presupposti della sfida che la world history propone alla storiografia contemporanea.
Non più un racconto lineare del mondo, al cui centro vi è l'Occidente, ma un universo ricco di varietà culturali in cui ogni periferia è protagonista. Dallo studio delle migrazioni e delle diaspore a quello degli incontri culturali e delle reti trans-nazionali economiche e sociali, questo saggio ricostruisce la genesi e l'evoluzione di una nuova prospettiva di analisi storica.
Il colonialismo italiano in Somalia terminò nel febbraio 1941. Nove anni dopo la nuova Italia democratica ritornò nella più periferica delle ex colonie a guidare l'Amministrazione fiduciaria italiana per conto dell'Onu. Sullo sfondo della contesa tra l'Italia e l'Egitto di Nasser per l'influenza in Somalia, l'esperimento di un colonialismo democratico fu inteso dall'ex potenza coloniale come una prova di recupero per il passato. La formazione di una classe dirigente italofona, il trapianto di istituzioni moderne ritagliate sull'esempio italiano e un collegamento stretto della fragile economia somala agli aiuti finanziari e tecnici provenienti da Roma sembrarono poter garantire alla nuova Italia una posizione di rilievo nella neonata Repubblica di Somalia.
La ricerca inedita di Antonio M. Morone, che unisce letteratura e documenti d'archivio in lingua italiana, inglese e araba, dimostra invece come le aspirazioni italiane si rivelarono incapaci di elaborare soluzioni politiche e istituzionali durevoli per il futuro Stato somalo.
La Prima lezione di Felice Carugati si colloca al crocevia fra discipline quali la psicologia generale, sociale e dello sviluppo e mostra le dinamiche che caratterizzano i processi e i risultati della socializzazione e dell'insegnamento in famiglia e nei sistemi scolastici.
«Il lettore potrà riflettere sull'esperienza dell'imparare nel vivo della vita quotidiana delle famiglie, delle classi e delle scuole; sull'influenza dei giudizi scolastici nella costruzione del significato e del piacere (o della fatica o noia) di imparare; sulla necessaria attenzione alle classi e alle scuole, considerate come luoghi e strumenti della costruzione di un'etica privata e pubblica per le giovani generazioni di cittadini responsabili».
In un hotel del genere gli ospiti dovrebbero essere vagabondi dell'anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte.
«C'è un primo piano, nel quale l'ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l'ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l'ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l'accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po' di luce, quelle stelle che l'albergo non ha».
Un viaggio tra vita e letteratura all'interno di un insolito albergo.
L'economia galoppa. Si riduce la povertà. Crescono i consumi. Il futuro ha il volto fresco di donne e ragazzi che prendono in mano il loro destino. Ecco il Brasile ancora sconosciuto dei mille primati di una solida democrazia.
Era sempre stato considerato 'il paese del futuro', dai tempi dei coronéis esportatori di zucchero e caffè agli impetuosi ultimi anni Cinquanta del presidente Juscelino Kubitschek, della fondazione di Brasilia, della prima vittoria del Mondiale di calcio con Pelé e della nascita della bossa nova. Ma quel futuro non arrivava mai. Adesso, invece, il Brasile vive una nuova stagione, di stabilità politica democratica e di solido sviluppo economico, tra i maggiori del mondo. La nuova presidente della Repubblica, Dilma Rousseff, ha raccolto l'eredità del popolarissimo Lula e rilanciato la crescita e la 'lotta alla povertà'.
Questo libro è il racconto di un viaggio, denso di personaggi, fatti, dati e storie, attraverso un paese in cui, pur tra mille contraddizioni, si affermano nuovi, giovani attori della politica, dell'economia e della cultura. Più di cinquanta milioni di persone, negli ultimi anni, sono uscite dalla miseria e hanno migliorato radicalmente il loro tenore di vita. Cresce una nuova 'classe media', con un boom dei consumi di massa. San Paolo e Rio de Janeiro affrontano le sfide delle megalopoli. Aumentano gli investimenti internazionali, americani, cinesi, tedeschi, italiani. E le migliori imprese brasiliane, dall'agricoltura all'industria manifatturiera, dalla finanza all'energia, si muovono alla conquista dei mercati mondiali: sono i nuovi, e migliori, bandeirantes, sulle orme degli avventurosi esploratori che fondarono il più grande paese dell'America Latina. Sullo sfondo, si delinea anche il ruolo internazionale da protagonista di un Brasile che, in un mondo ormai multipolare, si è affrancato dagli Usa, dialoga con la Cina, l'Europa, l'India e l'Iran, fonda nuove relazioni con l'Africa. Dinamismo e intraprendenza. Attualità e ambiziosi programmi di cambiamento.