
Al centro di questo libro si staglia la figura della madre Marchi, fatta rivivere attraverso un limpido profilo culturale e spirituale, ed entro un vivace quadro di rapporti che si distribuiscono tra Bologna, sua città natale, Siena, Roma e Milano, e che hanno i loro caposaldi in personalità di grande rilievo, come mons. Giulio Belvederi, lo storico delle Catacombe, Aurelio Escarrè, abate di Montserrat, e, soprattutto, il card. Schuster. Di riflesso, prende risalto anche la comunità monastica da lei guidata, e con lei approdata, dopo varie peripezie, a Viboldone nel 1941, riuscendo ben presto a trasformare questa antica abbazia alle porte di Milano in uno dei centri più fiorenti del monachesimo femminile italiano. Avvincenti testimonianze, attinte al ricco epistolario della Madre, caratterizzano non solo l'intelaiatura dei saggi ospitati nel volume, ma ne fanno nel complesso un'opera ben orchestrata e pienamente fruibile da chiunque: purché "assetato" di valori culturali e spirituali, di cui la storia del monachesimo è portatrice.
Il Concilio Vaticano II è stato «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre». Così affermava all’alba del nuovo millennio Giovanni Paolo II.
Con il Concilio infatti la Chiesa cattolica aveva assunto nuovi orientamenti per proseguire la sua missione di sempre in un contesto storico fortemente mutato. Come quel «padrone di casa che attinge dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», i padri conciliari, nella loro laboriosa opera di aggiornamento, si riferirono alla grande Tradizione ecclesiale, soprattutto dei primi secoli, ponendo in primo piano aspetti che le circostanze storiche avevano messo in disparte. L’evento conciliare generò un clima di grande entusiasmo e di slancio, una sorta di «nuova Pentecoste», in forza della quale la Chiesa rinnovava la sua fedeltà a Dio e pensava di poter parlare al mondo facendosi capire, dopo un lungo periodo di allontanamento.
Come peraltro successe per molti concili, la recezione del Vaticano II incontrò tuttavia gravi difficoltà, che ne resero problematica l’assimilazione nel concreto della vita ecclesiale. Anzitutto il ’68, con il suo portato di sovvertimento dell’ethos tradizionale, delle istituzioni e della politica, segnò la crisi della modernità avviando il processo della destrutturazione sociale postmoderna. Ma anche la Chiesa stessa sperimentò profondi travagli, per la fatica che inevitabilmente comportano i passaggi di crescita, con la formazione di nuove pratiche, mentalità e paradigmi di pensiero, ma soprattutto per i conflitti, talvolta laceranti, tra le diverse interpretazioni del Concilio. Alcune, convergendo da prospettive opposte, identificavano nel Vaticano II una rottura nei confronti della tradizione: da un lato il movimento scismatico di mons. Lefebvre, che condannava nel Concilio un’eresia di matrice liberale e neo-modernista; dall’altro le interpretazioni che salutavano nel Vaticano II un nuovo inizio nella storia della Chiesa, riferendosi, oltre i testi conciliari stessi, a uno ‘spirito’ che avrebbe autorizzato cambiamenti radicali negli assetti della Chiesa.
Quest’opera, rigorosa e documentata, in continuità con «l’ermeneutica della riforma» promossa da Benedetto XVI, mostra come, nonostante la congiuntura storica sfavorevole, importanti acquisizioni sono state compiute nella quotidianità del cammino postconciliare: basti pensare, solo per fare alcuni esempi, alla riforma liturgica, al primato della parola di Dio, alla corresponsabilità dei laici e all’apertura mondiale della cattolicità. Ma, a quarant’anni dal Concilio – afferma Routhier – non abbiamo esaurito la sua linfa né consentito a tutti i suoi fermenti di lavorare il corpo ecclesiale e di rinnovarlo in profondità. «È suonata l’ora della seconda scelta: l’ora di un bilancio, ma anche, dopo un momento di perplessità, di fluttuazioni e di grandi interrogativi, l’ora dell’approfondimento, l’ora del nuovo slancio sapendo che non si acquisisce nulla senza spendervi tempo e perseveranza, e senza acconsentire a un impegno nella durata e nella quotidianità».
Gilles Routhier (1953) è professore di Ecclesiologia e Teologia pratica all’Université Laval (Québec) e all’Institut Catholique di Parigi. Ha conseguito un dottorato in teologia, antropologia religiosa e storia delle religioni alla Sorbona di Parigi. Si occupa in particolare del Concilio Vaticano II, della sua storia, recezione ed ermeneutica, nonché della sua influenza sull’evoluzione del cattolicesimo post-conciliare.
Pure in un’epoca come la nostra, pesantemente segnata dal primato dell’economia e della tecnica, la spiritualità continua a esercitare un grande fascino. Non è raro che questo interesse assuma le fattezze di un improvvisato fai-da-te dell’interiorità. Ma spesso si dà la ricerca di una vera e propria «arte di vivere», che consenta di abitare questo tempo con spirito lieto. In tale prospettiva si pone il libro di Benoît Standaert, una sorta di manuale in novantanove voci, alcune familiari alla tradizione classica della spiritualità (digiuno, castità, preghiera), altre suggerite dalla sapienza dell’oriente (respiro, yin e yang, wu wei), altre ancora attinte dall’esperienza più comune (passeggiata, sogno, sorriso).
Secondo l’intonazione tipica del cristianesimo, la spiritualità non ha a che fare con mondi rarefatti, lontani dalla pesantezza della materia e della storia, ma concerne le forme concrete assunte dalla nostra esistenza quotidiana. Esercitarle secondo quel singolare equilibrio tra disciplina e grazia che è tipico dell’«arte» mette in moto il processo di trasformazione che conduce alla libertà e alla bellezza (la «gloria») dei figli di Dio, a quell’esperienza dello Spirito che può essere ricevuto in ogni momento perché in ogni momento si dona.
Oltre queste novantanove «porte di accesso» alla spiritualità come arte di vivere sta la centesima. L’unica porta che manca si trova dopo l’ultima pagina del libro, nella vita stessa, ed è diversa per ognuno, imprevedibile e originale, come si conviene alle profondità di un cuore risvegliato.
Benoît Standaert (1945), monaco benedettino dell’abbazia belga di Zevenkerken (Brugge), è uno tra i più innovativi e pensosi esperti di spiritualità biblica. È autore di diversi volumi tradotti in italiano, tra cui: Il Vangelo di Marco (Roma 1984); Pregare il padre nostro (con O. Clement, Magnano Vercellese 1988); Le tre colonne del mondo. Vademecum per il pellegrino del XXI secolo (Magnano Vercellese 1999); Lo spirito dell’apostolo. Quando il mistero ha un’anima (con C.M. Martini e G. Danneels, Milano 2002); Come si fa a pregare? Alla scuola dei salmi, con parole e oltre ogni parola (Vita e Pensiero, Milano 2002); Lo spazio Gesù (Milano 2004); Il timore di Dio è il suo tesoro (Vita e Pensiero, Milano 2006).
Qual è la forza dei legami sociali nella politica tra gli Stati? Esiste una cultura capace di definire le regole della politica internazionale? Alexander Wendt, capofila della scuola costruttivista delle Relazioni Internazionali, offre in questo libro un’analisi sistematica del ruolo delle idee nei rapporti tra gli Stati, esprimendo la convinzione che anche la dimensione anarchica della politica internazionale – spesso pensata sul modello dello ‘stato di natura’ – rappresenti in realtà un prodotto o una ‘costruzione sociale’.
Muovendo da una piena recezione del dibattito sociologico contemporaneo, Wendt sottopone a una serrata critica i concetti di sistema, struttura e società elaborati dalla tradizione della teoria internazionale, per poi procedere a un radicale ripensamento della funzione dell’identità, delle idee e delle norme nella politica mondiale. Questi elementi, egli afferma, non svolgono solo una funzione regolativa, per guidare il flusso della potenza e degli interessi entro canali etici e giuridici che spesso si rivelano fragili e insufficienti. Le idee e le norme svolgono soprattutto una funzione costitutiva, sono cioè capaci di determinare la finalità, gli strumenti e la natura del gioco – conflittuale, competitivo o collaborativo – cui gli Stati danno vita. Idee e interessi, cultura e potenza non rappresentano dunque i due poli di una contraddizione dialettica, ma sono parte integrante delle regole strutturali di un sistema di rapporti sociali che tra i suoi attori può comprendere anche, ma non soltanto, degli Stati sovrani.
A ogni struttura internazionale corrisponde allora una cultura internazionale, come dimostra la storia del sistema degli Stati occidentali, che si dibatte tra i corsi e i ricorsi di tre fondamentali culture dell’anarchia: hobbesiana, lockiana e kantiana, le cui caratteristiche possono essere riassunte con i tre termini di inimicizia («uccidi o sarai ucciso»), rivalità («vivi e lascia vivere»), amicizia («uno per tutti e tutti per uno»).
Il destino di un sistema internazionale, conclude Wendt, deve sempre e necessariamente fare i conti con i principi e i valori che formano l’identità e ispirano le azioni degli Stati che lo compongono.
Alexander Wendt (1958), considerato il maggior esponente della scuola costruttivista delle Relazioni Internazionali negli Stati Uniti, insegna International Security presso l’Ohio State University. Il suo libro Social Theory of International Politics, che qui presentiamo in traduzione italiana, ha vinto nel 2006 il premio “Best Book of the Decade” assegnato dall’International Studies Association.
Hanno più di 1500 anni eppure parlano agli uomini di oggi con una immediatezza e una profondità senza precedenti. Il ‘cuore inquieto’ con cui Agostino rilegge la propria vita alla luce della sua intensa esperienza di fede è anche il nostro cuore moderno alle prese con la domanda più antica del mondo: l’uomo è artefice della propria felicità? Leggere le Confessioni vuol dire confrontarsi con i temi più intimi, mettere a nudo le emozioni, le insoddisfazioni e i desideri che vivono nel nostro animo, e che da un classico della letteratura cristiana riportano al nostro mondo di europei moderni. Qual è il rapporto tra la bellezza e la verità? È possibile un’amicizia vera e duratura? Quanto è libera la volontà dell’uomo? Siamo schiavi del tempo o possiamo in qualche modo dominarlo? Come confrontarci con l’esperienza del male e del dolore? Agostino, nostro fratello, cerca risposte per sé e per noi.
E oggi la sua ‘voce’ ha una nuova opportunità, frutto di un’iniziativa che ha riscosso un meritato successo: la lettura quasi integrale delle Confessioni da parte di grandi ‘voci’ di oggi, attori come Glauco Mauri, Alessandro Preziosi e altri.
Il CD con le registrazioni di queste letture, tenutesi nell’Università Cattolica di Milano da gennaio a marzo 2006, è unito a un volume che raccoglie i commenti ai testi agostiniani dei più grandi specialisti in materia, seguendo un modello di accostamento ai classici che restituisce ai testi fondamentali della nostra tradizione culturale una nuova vita, nell’emozione della lettura e nella comprensione dei contenuti.
Sappiamo poco di Maria di Nazareth e della nascita di Gesù. I Vangeli che ne parlano, Matteo e Luca, sono molto discreti al riguardo. Nulla a che vedere con la fantasia, esuberante e sospetta, dei racconti mitologici o di certe devozioni che hanno smarrito i loro riferimenti cristiani. Qui entra in gioco la sobrietà caratteristica della rivelazione di Gesù, che dalle prime pagine delle narrazioni evangeliche fino alle ultime continua a sorprendere quale stile della Parola del Dio cristiano.
Eppure, la trama di quei testi svela tesori inattesi per l’occhio che li sa interrogare. Ed è quanto avviene in questo libro, che fa risuonare con toni vividi i primi capitoli dei Vangeli sullo sfondo del contesto storico del mondo giudaico nel primo secolo.
La lettura dei Vangeli dell’infanzia di Gesù procede attraverso la formula semplice ed efficace della domanda/risposta, uno strumento agile, che permette all’autore di identificare con chiarezza e soddisfare le ‘curiosità’ del lettore, soprattutto quelle che riguardano la verità storica della vita di Maria, giovane ragazza di Galilea chiamata a essere, nelle felici parole di Manns, «la prima collaboratrice intima di Dio».
Attraverso le domande i testi evangelici ‘cantano’ e nelle risposte chiariscono il filo rosso del loro senso: il darsi di Dio, senza pentimenti, nella storia dell’uomo e della donna.
Frédéric Manns è stato per molti anni direttore dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, dove ha insegnato Esegesi del Nuovo Testamento e Letteratura giudaica antica. Tra le sue opere: Leggere la Misnah (Firenze 1987), La preghiera d’Israele al tempo di Gesù (Bologna 1996), L’Israele di Dio. Sinagoga e Chiesa alle origini cristiane (Bologna 1998), Gesù figlio di Davide. Il vangelo nel suo contesto giudaico (Milano 1998), Voi, chi dite che io sia? Meditazioni sul Cristo, sapienza di Dio (Assisi 2000).
C’è uno stretto legame tra l’etica e le forme di vita: la prima cresce e si sviluppa inevitabilmente attraverso la mediazione delle forme culturali e storiche vigenti, specie di quelle più consolidate, nelle quali si svolgono le esperienze di vita più significative degli uomini; le seconde non rimangono fisse e determinate una volta per tutte, ma sono soggette a una continua opera di revisione e di autoriflessione, nella quale si rende presente anche l’istanza etica.
Questo volume non ha certo la pretesa di compiere una ricognizione esaustiva di tutte quelle che possono essere definite a vario titolo ‘forme di vita’: si limita a considerarne alcune, concentrandosi sui risvolti di ordine morale. Dopo una prima parte introduttiva, dedicata al rapporto tra etica e intelligenza, il libro indaga la forma di vita religiosa, ponendosi l’interrogativo di quale sia la sua specificità e di come essa si rapporti all’etica. La parte concernente la bioetica analizza quindi le diverse modalità con le quali si è soliti, non sempre in modo del tutto consapevole, rappresentarla: come pratica sociale o come sintesi interdisciplinare, nella quale confluiscono saperi di genere diverso, o infine come disciplina prettamente filosofica. Gli affetti costituiscono poi un luogo privilegiato di espressione della dimensione etica: di ciò si occupa la parte quarta dedicata alla vita relazionale. L’ultima forma indagata è quella dell’economia, rispetto alla quale si sottolinea l’importanza di assumere un paradigma antropologico di tipo relazionale. Chiude il volume un affascinante excursus dedicato alle molteplici figure della felicità e ai significati che queste rivestono per l’economia.
Antonio Da Re è professore straordinario di Filosofia morale presso l’Università di Padova. Dirige la rivista «Etica per le professioni. Questioni di etica applicata». Fra le sue pubblicazioni: L'ermeneutica di Gadamer e la filosofia pratica (Rimini 1982); L'etica tra felicità e dovere. L'attuale dibattito sulla filosofia pratica (Bologna 1987); La saggezza possibile. Ragioni e limiti dell'etica (Padova 1994); Tra antico e moderno. Nicolai Hartmann e l'etica materiale dei valori (Milano 1996); Figure dell’etica (in Introduzione all’etica, a cura di C. Vigna, Vita e Pensiero, Milano 2001); Filosofia morale. Storia, teorie, argomenti (Milano 2003); Virtù, natura e normatività (in collaborazione con G. De Anna, Padova 2004).
Tema centrale di questo libro è la generatività. Come nella famiglia così anche nella comunità sono all’opera processi generativi e/o degenerativi: i primi producono benessere e capitale sociale, incrementando le storie familiari e sociali; i secondi sviluppano malessere, minano la storia familiare e provocano il deperimento e la scomparsa di tradizioni sociali, persino di civiltà. Ma cosa rende possibile la generatività sia familiare sia sociale? I contributi del presente volume si situano entro un complesso quadro di riferimento che identifica nella fiducia e nella reciprocità la base delle relazioni familiari e sociali. Nella vita le relazioni, soprattutto quelle significative, sono spesso messe alla prova da accadimenti che sfidano l’equilibrio raggiunto. Lo scenario è dinamico e le conquiste non sono mai definitive, ma aprono spazi di eccedenza generativa in cui si collocano le esperienze più interessanti, tematizzate in questo libro dai contributi di area psicologica e sociologica. L’incontro tra le storie familiari, tra le generazioni, tra padri e figli sono ambiti nei quali la generatività è prodotta e messa alla prova. Inoltre la prospettiva biblica, proposta nel primo saggio, documenta come nella storia dell’umanità la religione, prima ebraica e poi cristiana, abbia proposto un orizzonte di novità assoluta sulla generatività umana. Una volta messa a fuoco la posta in gioco e quanto i temi affrontati costituiscano sfide cruciali per il futuro della famiglia e della società, è possibile comprendere anche quali possano essere forme innovative di vita in comune e percorsi di sostegno per genitori e coniugi. Dare vita a comunità familiari, l’impegno prosociale dei giovani, la conduzione di percorsi di promozione e arricchimento dei legami familiari sono modi diversi, ma congruenti, di avviare forme generative di fiducia, di cooperazione e di scambi reciproci, cioè di capitale sociale.
La collana «Studi interdisciplinari sulla famiglia» è lo strumento di divulgazione culturale scientifica del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia (CSRF) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il Centro, che opera dal 1976, si occupa di ricerca scientifica sulla famiglia e di formazione di alto livello rivolta a professionisti che lavorano con e per le famiglie. In esso si confrontano competenze pluridisciplinari attinenti principalmente gli ambiti psicologico e sociologico, con aperture alla teologia, alla demografia, all’economia, alla giurisprudenza e alla storia. Gli studiosi che fanno parte del Centro si riconoscono in una specifica prospettiva relazionale di comprensione dei fenomeni familiari che viene indicata nel settore psicologico come approccio relazionale simbolico. In tale ottica la famiglia è intesa come luogo costitutivo del legame tra generi, generazioni e stirpi. Ad essa è riconosciuto lo statuto di ‘soggetto societario’, protagonista attivo nella costruzione dell'identità personale, dell'azione educativa e delle politiche sociali.
L’incidenza delle nuove tecnologie sui nostri modi di vivere è ormai ben nota, tanto a livello di esperienza quotidiana, quanto come oggetto di studio delle scienze umane. Meno studiate, ma non meno significative, sono invece le conseguenze di questi processi, non solo da un punto di vista filosofico, ma più precisamente su un piano etico. Ovvero nell’individuazione di principî e criteri di comportamento capaci di guidarci nelle nostre azioni.
Che cosa si intende per realtà virtuale? In che modo possiamo o dobbiamo comportarci quando navighiamo in internet, quando chattiamo con gli amici, quando il nostro avatar si muove in Second Life? Sono solo alcuni dei quesiti a cui si cerca di dare risposta in questo nuovo numero dell’«Annuario di etica», intitolato appunto Etica del virtuale.
L’intento è approfondire e dare precise indicazioni di comportamento riguardo alla possibilità che oggi abbiamo di vivere in una dimensione che sempre più marcatamente assume i caratteri della virtualità.
Nella prima sezione del libro, «Il virtuale e l’etica», si definisce il concetto di ‘virtuale’ e si discutono i criteri di comportamento che possono essere assunti in questa nuova situazione. Nella seconda sezione, «Virtuale, naturale, artificiale: applicazioni pratiche e problemi etici», sono raccolti interventi che analizzano, sotto diverse angolature, le conseguenze e le opportunità legate alla sempre più massiccia ‘artificializzazione’ del reale. La terza sezione propone le testimonianze di ricercatori e professionisti che si confrontano quotidianamente, nella loro attività, con la portata etica dei problemi legati al mondo virtuale: da Derrick de Kerckhove a Gianluca Nicoletti, da Guglielmo Tamburrini e Giuseppe Trautteur. Chiude il volume un’utile bibliografia ragionata.
Adriano Fabris è professore ordinario di Filosofia morale all'Università di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione e Filosofia delle religioni, e dirige il Master in Comunicazione pubblica e politica e il Centro interdisciplinare di ricerche sulla comunicazione (CICO). A Lugano ha promosso invece il Master in Scienza, filosofia e teologia delle religioni. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Paradossi del senso (Brescia 2002), Etica della comunicazione interculturale (Lugano 2004), Teologia e filosofia (Brescia 2004), Guida alle etiche della comunicazione (a cura di, Pisa 2004), Etica della comunicazione (Roma 2006), Senso e indifferenza (Pisa 2007).
Un teologo di fama mondiale descrive l'identità del pensiero cattolico. In un'epoca caratterizzata da un cristianesimo generalizzato e dalla tendenza verso un vago 'cristianismo', questo libro vorrebbe trasmettere, al contrario, una visione complessiva e concreta della vita cattolica a partire dalla sua forma e struttura. Alle tendenze verso un pluralismo dell'indifferenza si contrappone così l'immagine di un'unità organica e chiaramente costituita in grado di riunire dinamismo e ordine, tensione e armonia, mistero e adesione alla realtà. Il profilo qui proposto ha il merito di far percepire quella 'bellezza' del mondo della fede cattolica che pare oggi dimenticata, ma che può essere, in realtà, ancora attraente per l'uomo contemporaneo. Il libro contiene un'intervista a Benedetto XVI.